foto dei Sacchi di Sabbia
Viaggio in Armenia
I Sacchi di Sabbia
presentazione


dal libro di Osip Mandel’stam
con Silvio Castiglioni
drammaturgia Andrea Nanni regia Giovanni Guerrieri
fotografie Patrizio Esposito musiche a cura di Luca Berni
collaborazione tecnica Federico Polacci macchinista Beppe Chirico
trucco Francesca Bonfiglioli costruzione scene laboratorio scenografico di Armunia
assistente scenografa Maria Cristina Chierici
produzione Armunia, Compagnia Sandro Lombardi, I Sacchi di Sabbia,
con il contributo di Crucifixus Festival di Primavera


Inviato in Armenia in “missione letteraria” (è l’ultima occasione concessagli dal regime sovietico per riabilitarsi), Osip Mandel’stam traccia nel Viaggio in Armenia il grafico di una costante diserzione che lo consegna ai suoi carnefici, portando così a compimento un destino segnato dall’impertinenza della cortesia. Segreta riflessione sul tempo, la memoria e la morte, il Viaggio non è l’autoritratto di un poeta irriducibilmente “ostile a tutto ciò che è personale”, è piuttosto uno strumento per mettere in gioco la propria vita. Gli otto capitoli del libro diventano nello spettacolo le tappe di una visita a un museo immaginario, in cui una progressiva spoliazione dell’attore, rivela “la caparbia lezione delle fiabe: la vittoria sulla legge di necessità”, con la consapevolezza che “regnare non significa esaudire, significa che l’inesaudito è ciò che rimane”.

Non troverete qui una galleria di ritratti: si tratta invece di trabocchetti, armi, grida, gesti, atteggiamenti, astuzie, intrighi, di cui le parole sono state lo strumento. Delle vite reali sono state "messe in gioco" in queste frasi; non intendo dire che vi sono state figurate o rappresentate, ma che, di fatto, la loro libertà, la loro sventura, spesso anche la loro morte e, in ogni caso, il loro destino vi sono stati, almeno in parte, decisi. Questi discorsi hanno veramente incrociato delle vite; queste esistenze sono state effettivamente rischiate e perdute in queste parole.
Michel Foucault

L'impossibilità di usare ha il suo luogo topico nel Museo. La museificazione del mondo è oggi un fatto compiuto. Una dopo l'altra, progressivamente, le potenze spirituali che definivano la vita degli uomini - l'arte, la religione, la filosofia, l'idea di natura, perfino la politica - si sono una a una docilmente ritirate nel Museo. Museo non designa qui un luogo o uno spazio fisico determinato, ma la dimensione separata in cui si trasferisce ciò che un tempo era sentito come vero e decisivo, ora non più. (...) Ma, più in generale, tutto oggi può diventare Museo, perché questo termine nomina semplicemente l'esposizione di una impossibilità di usare, di abitare, di fare esperienza.
Giorgio Agamben