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I Sacchi di Sabbia
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"Ricantare la celebre opera di Mozart a cappella, con i rumori e le pernacchie che fanno i bambini e un'espressione imperturbabile sul volto. E' l'ultima trovata de I Sacchi di Sabbia, la compagnia tosconapoletana che riporta nei capolavori della lirica un po' di sana trivialità. In un impeccabile completo scuro, una figura maschile, magra, dai tratti daliniani, accoglie il pubblico in silenzio, al centro d'una scena spoglia. Unici arredi, uno schermo sul fondo e, qualche passo più avanti, un doppio gradino di legno. Impettito, l'uomo in completo scuro reca con sè una borsa a tracolla, in compunta attesa che il pubblico prenda posto e cessi l'ordinario brusio precedente le performance teatrali. Buio. Una voce fuori scena, femminile e neutra, fornisce una scarna sinossi del Don Giovanni, citando situazioni e snodi del capolavoro di Mozart (e Da Ponte): alle parole diffuse dalle casse corrispondono i movimenti secchi e ben portati dell'uomo, sorta di stewart aeronautico. L'espressione imperturbabile, rapportata ai gesti e alle frasi in sottofondo, genera risate ora timide, ora più sonore, ora deflagranti: terminata l'esposizione della trama, o argomento che dir si voglia, si può dunque iniziare.
Entrano sei figure: i due maschi prendono il posto più in fondo; di fronte a loro, le due coppie di ragazze, disposte su altrettanti gradini. Tutti vestiti da scolaretti, camicina bianca, calzoni al ginocchio scuri o gonna d'uguale stoffa e lunghezza, reminiscenze quasi deamicisiane (ma a quei tempi le classi erano separate), tocco rètro che sorprende e diverte la sala. Giulia Solano, la prima in basso alla sinistra del pubblico, caccia un minuto flautino per dare il la e, armata di bacchetta da direzione orchestrale, batte il tempo.
Le sei gole si aprono. Concerto. Sconcerto. I figuranti biancovestiti intonano un coro d'onomatopee, inciampi vocali, stridii nasali fusi in una plastica sonora da lasciar interdetti. Per il primo minuto buono il pubblico è basito: "È lui o non è lui?", viene da chiedersi e la risposta - appena l'orecchio s'adusa alle impennate virtuosistiche della partitura del Wolfango- non può che essere affermativa. L'Ouverture si snoda, flessuosa, innervata di modulazioni che, non rinunciando all'umorismo sottotraccia del suo magistrale autore, lasciano comunque presagire la cupezza tragica della vicenda: e questi cantano come sei adulti che una felicissima regressione infantile ha ricondotto nel ventre molle e accogliente della lallazione. Il pubblico capisce, sente, si sintonizza sulla frequenza di questo spiazzante dissoluto punito e le risate giungono puntuali come temporali monsonici: prima scrosci timidi, cui seguono ondate d'irrefrenabile orgasmo comico.
E sia chiaro: l'adattamento a sei voci (che spesso sono tre, accoppiate) è gustoso, nient'affatto dilettantesco; rispettoso, anzi, di taluni incastri metrici e melodici, al punto da non evidenziare le inevitabili mancanze rispetto a un'esecuzione orchestrale. Merito anche delle facce. Sì, delle facce: affilate, serie, secchioncelle, quelle in prima fila (con la già  citata Solano, una meravigliosa Giulia Gallo), più morbide Arianna Benvenuti e Maria Paciosi, semplicemente irresistibili Matteo Pizzanelli e Federico Polacci. L'uno, tenorile e aereo, mimica sottile e tempi comici nei rapidi cenni del volto, l'altro serafico, placido, baritonale, dotato d'una grazia paradossale e felice nelle ciglia spioventi: un perfetto Perozzi-Philippe Noiret nell'indimenticabile esecuzione madrigalista di Amici miei atto secondo.
Esaurito il prologo sinfonico, ecco che lo schermo riporta le parole del dramma musicale, cui s'accoppiano in un felice matrimonio d'amore, i versi e versacci dei nostri cantanti rumoristici. È un Don Giovanni pulsante, vivo, strappato a certi (non sempre) barbosi consessi lirici. E vien da urlare: "Questo è Mozart! (e Da Ponte)", ricreato nella sua spinta inguinale, nel suo spiritaccio malizioso, nella corrosiva potenza di un estro incontenibile. Ma non solo: c'è Zappa in questa performance che è teatro, lirica, musica, lo Zappa di certe direzioni orchestrali, lo Zappa di certi boleri raveliani, rispettati profondamente, eppure smontati dall'interno come i giocattoli dai bambini curiosi.
Il rischio è - sarebbe - la lunghezza, ché un gioco (e non uno scherzo) simile ha un tempo endemico: Giovanni Guerrieri cesella però ottimamente una riduzione che niente tralascia pur snellendo il tutto. Le altre trovate sono gag, sempre ben portate, a mo' di variazioni sul tema, secondo un'ottica musicale ancor più carsica e indovinata.
S'arriva in fondo ricreati, nell'umore e nei muscoli, felici che una compagnia quale i Sacchi di Sabbia resti sempre in grado di stupirci, di evitare le strade battute e che dimostri ancora, se ve ne fosse bisogno, che la fedeltà  massima a un'opera d'arte si esprime soltanto in una miracolosa e necessaria reinvenzione.

Igor Vazzaz, Il Giudizio Universale, 12 luglio 2010


Segue il Don Giovanni di W. A. Mozart, progetto de I Sacchi di Sabbia sull'opera del genio di Salisburgo, in scena per la malsana idea di Giovanni Guerrieri. Malsana perchè io mi domando come abbia fatto a pensarci, quale percorso della mente conduce a ripensare una partitura di musica e libretto per un sestetto armonico che ne interpreta la storia e insieme lo spirito, con straordinaria aderenza alla lucentezza argentina della musica mozartiana. Ne nasce uno spettacolo divertente e dinamico, il cui corpo immaginifico passa attraverso la voce ed è festante, stimola le estremità  del coinvolgimento, ma senza perdere nell'opportuna sobrietà  espressiva. In tutta sincerità  una riflessione: questo lavoro è frutto di una suggestione intellettuale, di sicuro, anche perché la sala che io vedo senza dubbio non straborda di melomani o esperti di librettisti di fine '700; la gestazione dell'opera è dunque di stimolo concettuale, ma la foce del fiume arriva al mare largo del teatro popolare, perché il pubblico apprezza e applaude allo sfinimento un coro vocale interprete di un'opera non certo destinata a quel che si pensa solitamente del pubblico moderno, che crediamo del tutto asservito ai canoni televisivi di ascolto e reazione, e lo fa per puro godimento intellettuale. Popolare - lo dico anche a me come a tanti che pontificano sul teatro contemporaneo - non vuol dire ignorante.

Simone Nebbia, Teatro e Critica, 12 settembre 2010


Short Theater, la rassegna a cura di Fabrizio Arcuri, si è trasferita dall' India alla Pelanda e ne ha conquistato ordine e snellezza. Tra i tanti appuntamenti quello con Sacchi di sabbia, un gruppo diretto da Giovanni Guerrieri. Guerrieri è un tipo strano, lo si direbbe un sopravvissuto degli anni Settanta, barba e capelli sempre più lunghi. È giovanissimo e vanta una concezione familistica non solo del teatro ma anche della vita personale, fa coincidere l' una con l' altro - come si vede nel suo spettacolo di maggior successo, quello dedicato a Sandokan. Prerogativa stilistica sua è di prendere un testo classico e appenderlo per i piedi ai ganci dell' ironia o, per meglio dire, della sua voglia di divertirsi. Lo fa usando sempre lo stesso sistema, appunto rendendo familiare ciò che può essere lontano, riducendo le proporzioni, rendendo domestico l' inaccessibile. Con il "Don Giovanni" di Mozart lo fa in due modi. Lo spettacolo (troppo lungo, dura cinquanta ripetitivi minuti) si intitola "Don Giovanni di W.A. Mozart" e ha un sottotitolo che è un programma: "Ein Musikalischer Spass zu Don Giovanni". Quella parola, spass, è già  uno spasso che preannuncia quello che verrà . Nel primo tempo (o modo) lo stesso regista si presenta da solo in scena e in cinque minuti riassume l' opera che vedremo con piccoli, esilaranti gesti: come fosse un muto che si rivolge a un pubblico di sordi, che tuttavia ridono. Il secondo tempo (o modo) È la sostanza dello spettacolo. Su una pedana a tre scalini salgono sei attori, quattro femmine e due maschi. Indossano divise da collegiali, bianche e nere, con calzoni corti, gonne lunghe, calzettoni. Non recitano, non cantano. Ma mentre su una tenda alle loro spalle scorre il libretto di Lorenzo Da Ponte, i sei all' unisono costruiscono una nuova partitura mugugnante. Essa vuole riprodurre i rumori degli strumenti, addentrandosi in una versione "pionieristica" dell' opera. Le "tragicomiche espressioni facciali" dei sei giovani interpreti, così seriosi, sono obiettivamente divertenti. Si tratta della consueta ironia di Guerrieri, d' uno sberleffo, ma anche, per quella sua grazia, d' una prova di devozione.

Cordelli Franco, Corriere della Sera, 15 settembre 2010


Quello che state per vedere ora è un piccolo gioiello. Vedrete una sintesi del Don Giovanni: il sottotitolo che viene messo è 'Ein musikalischer Spass', uno scherzo musicale, un titolo di Mozart per un lavoro scritto esattamente mentre Mozart scriveva il Don Giovanni, nel 1787, anch'esso in re maggiore. Uno scherzo in cui Mozart rappresentava i musicanti del villaggio con tutte le stonature, le approssimazioni, la mancanza, per così dire, di civiltà  musicale che poteva essere rappresentata da un gruppo, da un sestetto di Dorf Musikanten, musicanti di villaggio. Questo titolo è stato ripreso dalla compagnia I Sacchi di Sabbia, di cui ho qui davanti il regista Giovanni Guerrieri, che ha ricostruito per sei voci sole -che sono voci di attori si badi bene, non di musicisti- la partitura del Don Giovanni, attraverso degli estratti. Ne risulta una specie di selezione, che vi dà  il percorso dell' intera opera in modo straordinariamente efficace, ma soprattutto straordinariamente ironico. Attraverso queste note, che sono le note di Mozart, affidate appunto non ai professionisti della musica, ma ai professionisti del teatro, che le rivivono dall'interno, con un privilegio accordato ad un elemento in particolare, reinventato in questo caso, ma anche tutto sommato fedelissimo, che è proprio il contrappunto, perché sono sei voci in perfetto contrappunto, voi avete in qualche modo un estratto, o meglio ancora, l'essenza giocosa sul Don Giovanni. L'operazione non vuole essere un prendere in giro il Don Giovanni, ma piuttosto un atto affettuoso, un atto d'amore verso questo simbolo stesso della perfezione del teatro e della musica unite in un connubio irripetibile, da parte di chi la musica la vive con amore, ma non con quell'incubo quotidiano di chi la musica la fa da professionista. Ed il teatrante, con il suo amore verso l'oggetto musicale, che è anche oggetto di teatro, ha quindi ha tutto il diritto di potersene appropriare e creare questa piccola riscrittura che vi assicuro è divertentissima, perché attraverso un gioco fatto, in certi casi, anche di rumori, fotografa in modo indelebile i caratteri dei personaggi dell'opera che poi sono, come abbiamo detto fino ad ora, i caratteri dell'umanità . Dentro ogni spettacolo di teatro altro non c'è¨ se non noi che ci vediamo allo specchio attraverso quelle deformazioni che l'autore allo specchio ha voluto dare.

Alberto Batisti, Conferenza al Teatro del Giglio di Lucca, ottobre 2010


È una delizia il Don Giovanni di W. A. Mozart che la Compagnia I Sacchi di Sabbia ha presentato al teatro Godetti per l'affastellatissimo Festival Prospettiva 2. La creazione di Giovanni Guerrieri (che non è mio parente) offre allo spettatore un'esecuzione del capolavoro mozartiano che più pazzesca ed esilarante non potrebbe essere.
In scena arrivano 6 cantori. Come scolari, si dispongono a coppia, allineati e coperti. E che fanno? Cantano? Ci mancherebbe. Il sestetto non è formato da tenori, baritoni, soprani. I sei sono attori a tutti gli effetti che però, fra i loro talenti e prerogative, coltivano anche il canto. Il canto a cappella, ossia quella specialissima esecuzione con la quale le voci riproducono anche il suono degli strumenti. È perciò strumentale il "Don Giovanni" dei Sacchi di sabbia: una esecuzione sommaria, per nuclei, per situazioni. L'opera c'è¨ tutta, anche se in forma episodica. Ci sono Don Giovanni, Leporello, Donna Anna, il Commendatore, c'è il famoso catalogo di conquiste amorose, c'è la cena spaventosa col convitato di pietra e c'è con un effetto speciale che non si accetterebbe neanche dal teatro delle marionette, l'inferno che, tra fiamme e fumo, si spalanca e ghermisce il dissoluto.
L'azione è tutta racchiusa nei dialoghi di Da ponte. Li vediamo scorrere sullo schermo alle spalle del sestetto e ci fanno da bussola nel racconto indipendentemente dai 6 che sembrano andare serafici per la loro strada con miagolii di violino, pe-pe-pe di trombe, booo-booo di bassotuba. Per emettere i loro suoni, per trasformarsi in orchestra, i 6 sono costretti a storcere la bocca, a gonfiare le gote, a stringere le labbra a cul di gallina. Insomma, la soavità  mozartiana nasce da una serie illimitata di boccacce e di contortimenti facciali, che dal sublime offrono il lato trash, volgare, buffonesco, patologico. C'è un momento in cui uno dei coristi sembra cogliere l'assurdo nel quale nuota e si chiede: perché devo continuare a fare booo-booo? Ma perché questo è il teatro, bellezza.

Osvaldo Guerrieri, La Stampa, 10 novembre 2010


Dopo aver pregato gli spettatori di spegnere i cellulari, la voce registrata racconta la trama del Don Giovanni di Mozart mentre un spilungone commenta ogni passaggio coi gesti che farebbe uno stewart per indicare le uscite di sicurezza dell'aereo o le maschere d'ossigeno. Dopo di che entrano in scena quattro bambinacce con due loro compagni, tutti in divisa da collegiali, e si mettono a bofonchiare, pernacchiare, abbaiare, miagolare ogni nota dell'ouverture. Lo strampalato coro a cappella è intonatissimo, si diverte perfino a enfatizzare le pause fingendo d'incepparsi, sgangherando bocche e strabuzzando gli occhi. L'effetto è davvero irresistibile, specie quando poi attacca con le arie e i recitativi, illustrati dalle didascalie del libretto su uno schermo. Se ne sentono di tutti i colori, con le sei facce da matti da legare che strappano al pubblico risate continue e non fanno certo rimpiangere la mancanza di rappresentazione. Sono pochi e misuratissimi gli effetti teatrali, una estemporanea palla da tennis che cade da una tasca bloccando l'esecuzione, le pile accese sotto i volti nella scena del cimitero mentre si sentono battere i denti dal terrore, un vetro smerigliato dietro cui canta il Commendatore nel finale. Quanto a vocalità , i sei riescono a spaziare dagli stridii altissimi dei violini e dei flauti fino alle più cupe sonorità  degli ottoni, perennemente impeccabili e beffardi. Folgorante l'evocazione di Donna Elvira con un abbaiare da cagnetta furibonda. Di certo è il Don Giovanni più strano e imprevedibile che si possa vedere. Il merito di questo spettacolo di straordinario divertimento (dura cinquanta minuti) va alla compagnia toscana I Sacchi di Sabbia [...]
Ci sarebbe tuttavia da augurarsi una loro presenza in un festival mozartiano!

Stefano Jacini, Il giornale della Musica, gennaio 2011


Capriccio per "boccacce e rumorini". Peccato non sia una partitura scritta: sarebbe piaciuta ai futuristi la rivisitazione del mozartiano Don Giovanni fatta da I Sacchi di Sabbia/Compagnia Sandro Lombardi che sta girando nel circuito di prosa; senza aver ancora trovato un piccolo teatro d'opera (basterebbe il foyer, in realtà) disposto ad ospitare questo ghiotto e comico estratto tascabile. Non parodia. Lo spettacolo, pardon il "progetto" di Giovanni Guerrieri, Giulia Solano e Giulia Gallo, è una sorta di gioco-provocazione al cubo. I sei giovani attori, non cantanti d'impostazione vocale né musicalmente istruiti (tranne una che fa capire al pubblico di essere il direttore), cantano la traslitterazione rumoristica del Don Giovanni, esibendo per un'ora pubblicamente quelle lallazioni e sillabismi che sono tipicamente private: poroppopò, lalalà, zazazazazzà  e via dicendo. Ovvero, ci sono sei cantanti senza voce intonata che recitano alcuni celebri numeri di Don Giovanni: con lazzi, occhiatacce, stralunamenti di bocca, brevi siparietti - in stile cinema muto e Gavioli (quello della Linea) - in cui dialogano in silenzio con i testi dapontiani (o ciò che ne resta) proiettati a mo' di fumetto-didascalia sulla parete a fianco al doppio gradino su cui i 6 sono appollaiati in formazione stretta e uniforme da collegiali (o da jodleristi?) Ovvero, c'è un goliardico gruppo madrigalistico a sei voci "a cappella" che canta strumentalmente Don Giovanni: evoca un'immaginaria colonna sonora, interpreta-storpia parole e musica (Donna Elvira che miagola-guaisce-abbaia le note di Mozart contro Leporello è un'idea interpretativa strepitosa, ma non è l'unico episodio in cui la comicità  musicale pura chiosa il senso dello spartito), evoca recitativi, arie, strappate orchestrali, gesti e rumori di scena non sempre edificanti. E senza perdere tempo fa capire al pubblico non operitstico di che razza di capolavoro si parla. Don Giovanni, anzi "Ein musikalischer Spass zu Don Giovanni", è insieme atto d'amore, bignamino e gioco. E gli spettatori capiscono benissimo l'uno e l'altro (la selezione comprende sinfonia, Ia scena e alcune arie celebri assieme, e ricostruisce un'esauriente compressa dell'intera storia, "ingluviamento" infernale e morale inclusi), ammirando la precisione degli attacchi, il ritmo, la durata e il numero giusto delle gag, l'abilità  "esecutiva" e di coreografia facciale dei sei. Se non ci credete, su Youtube c'è un promo: rende l'idea. Ma se passa nelle vicinanze non perdetevelo e spargete la voce. E non arrivate in ritardo: lo Spass è preludiato da una fulminea gag, se lo sapessero a Zelig) in cui, sulla voce fuori campo che riassume-comprime la vicenda dell'opera con timbro e sintassi da hostess, un tizio allampanato e peynetiano, "illustra" mimando le fasi della vicenda dongiovannesca con la segnaletica gestuale, e alcuni oggetti ben noti a chi viaggia in aereo, di un'improbabile assistente di volo.

Angelo Foletto, Classic, marzo 2011


Jouer Don Giovanni en une heure en gardant la structure essentielle de l'opéra de Mozart est un défi. La compagnie italienne Sacchi di Sabbia le relève avec panache en traduisant le chef-d'oeuvre mozartien en un "caprice pour son et gestuelle". Une fantaisie comique, hilarante, interprété avec brio par six acteurs virtuoses à la fois dans la partition orchestrale et dans les rôles chantés. Sans être musiciens les interprètes de cette fabuleuse réduction instrumentale de l'opéra inventent un langage sonore, gestuel et visuel pour jouer la musique et se jouer d'elle. Une adaptation parfois biaisée, qui se détraque pour notre plus grand plaisir, à  rattraper dans divers festivals d'été en Italie. Un théâtre populaire et élitaire dont on rêve.
Il faut saluer le Festival MigrActions du Théâtre de l'Opprimé qui fait souvent découvrir des perles rares comme, cette année encore, Don Giovanni de la compagnie italienne Sacchi di Sabbia, établie depuis 1995 à  Pise. Sa démarche originale, atypique, se traduisant dans un langage scénique utilisant les différents arts visuels, danse, musique, a été récompensée par de nombreux Prix en Italie et à  l'étranger, dont le Prix EFI et le prestigieux Prix Ubu. Son Don Giovanni est une version peu orthodoxe de l'opéra de Mozart à  travers une interprétation théâtrale par les acteurs, à  cappella, de la musique, de la mélodie et des sonorités des instruments, absents sur le plateau. Six interprétes, acteurs et non pas musiciens, forment un petit coeur / orchestre, réduction instrumentale imitant la version de cet opéra dirigé par Herbert von Karajan en 1986, en reproduisant les sons des instruments. A la réduction instrumentale de la partition musicale correspond la réduction de la structure dramatique à  quelques moments essentiels et aux airs les plus importants. On est toujours au bord du paradoxe. L'action de l'opéra n'est pas représentée mais évoquée par les expressions, la mimique, la gestuelle précise, réduite au minimum, tragi-comiques et les sons des instruments produits par les acteurs.
Le ton de farce potache, de clin d'oeil irrévérencieux au chef-d'oeuvre de Mozart, est donné d'emblée. Le metteur en scéne en costume, cravate, avec un petit sac jaune, s'adresse au public pour présenter le spectacle. Il le fait sans un mot, à travers des mimiques, des expressions et des gestes tantôt comiques, tantôt mélodramatiques, imitant la démonstration des consignes de sécurité au décollage des avions. Son "discours visuel" est parfaitement synchronisé avec le résumé trés simplifié, drôle et rapide, du livret fait par la voix off. Lorsqu'elle évoque Don Giovanni séducteur démasqué, il sort de son sac jaune, avec l'air le plus sérieux du monde, un masque à  oxygéne puis quand il est question de ses 1003 conquétes, le présentateur montre la fiche de consignes de sécurité couverte d'une quantité de photos de femmes. Et ainsi de suite...
Parodie, ironie, détournement, gags délirants, gestuelle rappelant souvent les maétres du cinéma muet, toujours juste, jamais appuyée ni surjouée, donnent une saveur particuliàre à  ce spectacle jubilatoire où, pour une fois, ce ne sont pas les chanteurs mais la musique, les instruments qui tiennent la vedette. Présentation achevée, arrive le choeur/orchestre: quatre actrices, jupe noire plissée, cravate noire, chemise blanche et deux acteurs, short et cravate noires, chemise blanche, prennent place deux par deux, les uns derrière les autres sur une petite estrade au centre. Rien sur le plateau, quelques accessoires simples interviennent dans le jeu : bâton avec un ruban, boîte à  musique, téléphone portable. Pendant que les acteurs interprètent des morceaux et des airs connus de Don Giovanni, sur le mur du fond on projette des fragments du livret dans lequel font irruption par moments des transcriptions des phrasés musicaux, des onomatopées imitant les sons (pom, pom, pom etc.), des allongements de voyelles (aaaâ...) dans les notes tenues, de brefs conflits entre les acteurs / instruments, etc. Le texte des duos ou des trios est projeté en deux ou trois colonnes. Les transcriptions, comme sur une portée, visualisent les formes, la structure, les valeurs musicales mais aussi les relations internes, intimes, parfois conflictuelles, que les instruments entretiennent entre eux et avec les voix des chanteurs.
Ces relations apparaissent aussi dans le jeu des acteurs : inversion des rôles, lassitude ou refus du rôle assigné dans la partition, tentative de dominer, conflit entre l'affirmation de sa singularité dans un solo et l'impératif de fusion dans un collectif. Il y a une parfaite cohésion et une harmonie entre le jeu gestuel et sonore des acteurs et l'image, les éléments visuels du spectacle dont la portée va au-delà  d'un divertissement léger irrésistiblement drôles, fin et intelligent. La musique, la partition de Don Giovanni, sa construction, ses hiérarchies et ses conflits internes, sert ici de métaphore à  la fois d'une collectivité, de ce qu'on appelle "vivre ensemble", "vivre de concert" et du théâtre, en l'occurrence de la recherche d'un langage scénique pluriel associant les différents arts, mise en abyme dans ce spectacle. Sans aucun doute "élitaire pour tous" n'est pas une utopie!

Irene Sadowska Guillon, http://kourandartavignon.unblog.fr, 22 giugno 2011


Mai visto prima un Don Giovanni così stravagante. Lirica? Quasi. Cabaret? Ci siamo vicini. Musical? Nello spirito. Teatro? Senza alcun dubbio teatro ai massimi livelli. E' difficile dare di questo spettacolo tanto particolare, visto al Crt di Milano, una definizione che restituisca a chi non l'ha visto l'essenza di ciò che avviene sulla scena. Se ne possono vedere alcuni estratti in un video su Youtube, ma là non si coglie assolutamente l'atmosfera leggera e complice che si vive in teatro.
E' più facile riferirne gli effetti: si ride, si ride e si ride ancora senza poter resistere, di Mozart e con Mozart e in un modo intelligente ( caso raro!) che a Mozart-il-monellaccio sarebbe piaciuto tantissimo. Da un lato il rigore matematico della partitura eseguita con mirabile contrappunto e attacchi esattissimi di metrica e melodia, dall'altro lo spiritaccio beffardo delle zingarate toscane (non a caso per provenienza regionale questo gruppo teatrale è consanguineo degli eroi di Amici miei). Cantano a cappella, ma senza mai articolare una sola parola del libretto di Da Ponte i 6 attori. Sono in divisa da coristi seri con la camicia immacolata e la cravatta scura e sottile, i due uomini in pantaloni corti neri, gonna nera al ginocchio per le ragazze, calzettoni bianchi e scarpe di vernice per tutti, potrebbero essere anche scolaretti di De Amicis o Giovani Italiane e Balilla con l'abito buono. Dalle loro ugole escono solo quelle pernacchie, mugugni, miagolii, lallazioni, rumoracci che si divertano a fare i bambini e tutti quei po-po-po, zin-zin-zin, la-la-la che avrebbero fatto la delizia di Marinetti&C., così coniugando la precisione vocale degli Swingle Singers di "Jazz Sebastian Bach" con l'allegra cialtroneria canina di Woofers & Tweeters Ensamble in "Beatles Barkers".
Intanto alle loro spalle, vengono proiettati i testi delle arie e dei recitativi come fossero i balloon dei fumetti o un karaoke d'autore, mentre l'interazione tra il sonoro e la lettura viene giocata come ulteriore occasione di comicità . Quasi inchiavardati a coppie allineate sui tre scalini di una pedana i 6 attori non compiono mai una sola autentica azione drammatica (al massimo arrivano a battere il tempo con una bacchetta, nella cena del cimitero accendono una pila sotto al mento quando battono i denti per la paura, perdono una palla da tennis, nel finale mettono un plexiglas opacizzato davanti al Commendatore) ma con fare compunto per tutto lo spettacolo continuano a strabuzzare gli occhi, far boccacce, mandare bacetti, storcere le labbra, gonfiare le guance, con irresistibili effetti clowneschi.
Sempre senza far perdere mai nulla dello splendido capolavoro mozartiano e senza far rimpiangere l'intera completezza di un'esecuzione orchestrale. In meno di un'ora, e rigorosamente senza pronunciare una sola parola, riescono a concentrare tutta l'opera negli episodi fondamentali... la sinfonia, poi Don Giovanni, Voglio fare il gentiluomo di Leporello, il Commendatore, il duello, Donna Elvira, le 1003 conquiste del leggendario Catalogo, le nozze e la seduzione di Zerlina, via via fino alla cena col Convitato di Pietra e la caduta nell'abisso degli inferi (realizzato con disarmanti effetti, più basici che speciali). Per dare sintesi e coerenza narrativa allo spettacolo si fa ricorso all'espediente di una voce off che prima dell'inizio legge l'argomento del libretto, ma anche quest'introduzione diventa occasione di comicità , l'opportunità  per un'arguta serie di gag da parte di un astruso Monsieur Hulot (è il regista Giovanni Guerrieri, più innamorato o iconoclasta verso il grande Amadeus?) che col silenzio dei gesti illustra le azioni enunciate come farebbe lo steward di un aereo intento a dare le istruzioni di volo agli spettatori-passeggeri.
Tutti eccellenti gli interpreti, tanto più da lodare dopo aver saputo che non hanno studiato musica, le 2 ruffianelle Giulia Solano e Giulia Gallo in prima fila, più sfumate Arianna Benvenuti e Maria Pacelli, sul secondo gradino, favoriti dalla postazione alta e dai ruoli Matteo Pizzanelli che canta da tenore e sfoggia una faccia di gomma dai fulminei tempi comici e il baritono Federico Polacci con la sua aria candida da cocker domestico sornione. Resta un mistero come nessuna istituzione musicale "seria", né conservatori né enti lirici, non si sia ancora appropriata di questo spettacolo, intanto per svecchiare le proprie proposte in più per dimostrare come la musica sia per natura fonte di autentico divertimento.

Sandro Avanzo, Musical N. 61, maggio/giugno 2011


Uno spettacolo colto, spiritoso, una vera delizia il "Don Giovanni" dei meravigliosi Sacchi di Sabbia, una compagnia capace ogni volta di sorprendere, con creazioni sempre originali, ilari, scoppiettanti, capaci di incantare adulti e bambini. "Ein musikalischer spass zu Don Giovanni", un affettuoso, ammirato omaggio all"opera mozartiana, scherzosa ma non parodistica, una felice sintesi tematico musicale, ha saputo divertire gli spettatori del Teatro al Parco che hanno riso spesso, lasciando trapelare vivo apprezzamento, fino ai lunghi, ripetuti applausi finali. "Una rigorosa partitura da Mozart, cantata "a cappella", una scelta di brani ritmati di suoni e gesti musicali, una soluzione sorprendente, capace d'incantare per la qualità , la grande intelligenza, la coinvolgente energia corale...": così si legge nelle motivazioni del premio A.N.C.T., Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, assegnato di recente proprio a questo Don Giovanni, a questa delizia teatrale, frutto di attenti studi, brillante, umoristico, elegantemente, spensieratamente goliardico. Mentre una voce femminile ricorda velocemente, in forma asettica, la trama dell'opera, Giovanni Guerrieri, presenza guida della Compagnia, accompagna tale sintesi con ampi gesti, come fosse steward di volo, un'espressività  insieme rozza e cerimoniale, ricercata e scurrile. Un modo per invitare il pubblico a lasciarsi catturare da un viaggio speciale dentro un'opera straordinaria, amatissima, di cui è possibile burlarsi gioiosamente, con rispetto e gusto provocatorio insieme. I sei interpreti, in abito collegiale, si disporranno a scala, dietro i due attori/cantanti e mentre sull sfondo scorreranno i pochi frammenti scelti del testo di Da Ponte, le parole e i suoni strumentali verranno resi "rumoristicamente" con grande cura per pause e ritmi. Bravissimi! Esilarante Donna Elvira che pare abbaiare a Leporello. Lo sguardo quasi sempre assente, perduto, smorfie e boccacce per far uscire suoni diversi, un lungo nastro mentre si ricorda il catalogo, caramelle in bocca per particolari versi... ma intanto "incredibilmente" l'opera c'è, è là, tutta godibile. Diverse trovate buffe - come la pallina, il carillon, il vetro smerigliato, le parole scritte per le proteste mute - fino ad arrivare alla fiammella infernale. Applausi e applausi con grande meraviglia e allegria.

Valeria Ottolenghi, Gazzetta di Parma, 15 gennaio 2012