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I Sacchi di Sabbia
presentazione | rassegna stampa | repliche



La tragedia è lutto, ma le donne del coro, due lamentatrici, in realtà uomini en travesti, non ne possono più di piangere. Un nuovo conflitto entra in scena: tra pura tragedia e forma commedia, congeniale con studiate sgangheratezze all'umorismo della compagnia pisana. Il tragico viene smontato e poi irrompe, congelando la risata, che torna a sradicare il lutto, in un contrasto tra le popolane prefiche lamentatrici, la corifea e l'autore in persona, allampanato, abbigliato con una vecchia zimarra. Il soggetto diviene una godibile riflessione su come raccontare una storia, in conflitto e mescolanza tra linguaggio elevato e inflessioni dialettali campane, con leggerezza e perfino 'goliardia', nel senso di smottamento dalla classicità paludata, dalla curialità tragica.

Massimo Marino, Doppiozero, 16 luglio 2021


Quali corridoi di vicinanza occorre scavare per far parlare Eschilo al pubblico di oggi, che spesso preferisce la levità consolatrice dell’happy end all’impegno di cimentarsi con un classico? Come può risuonare nell’attuale iper-sensibilità del politically correct il grido di Eteocle «Mai e poi mai voglio avere a che fare con la genía delle donne»? Eschilo è sessista e censurabile? Se l’antico è troppo lontano da noi, meglio farlo tacere? [...] Statene certi: nelle mani dei Sacchi di Sabbia non sarà una delle solite “tragedie greche”, ma un gioco, una “commedia tragica” statica eppure mobilissima, perché i personaggi continuano a entrare e uscire dal testo, che viene composto e ricomposto in una vitalità impressionante. Alle citazioni autentiche e solenni degli Stasimi poetici, si alternano con naturalezza malintesi verbali e sberleffi, cortocircuiti di senso grazie ad anacronismi e guizzi comici. [...] Ma il duello finale è quello decisivo e tragico, per cui occorre spogliarsi degli orpelli del comico. Non saranno più i pupazzi ad affrontarsi, ma «frate contro frate» in carne e ossa: Carli e Iliano, tolto il fazzoletto, si ergono ritti e immobili con lo scudo di cartone. L’atmosfera viene ricreata dalla voce della Gallo, che intona una dolente ballata composta da Woody Guthrie (Don’t kill the Baby & the son).

Gilda Tentorio, Paneacquaculture, 28 luglio 2021


La storia dei due gemelli Eteocle e Polinice, figli di Edipo, l'assedio della Città di Tebe, lo scontro tra i 7 guerrieri che aggrediscono le porte della città e i 7 che le difendono servono per una stravagante cronaca dell'intera vicenda in chiave comica. Il coro di donne tebane, qui ridotto a due personaggi, i bravissimi Gabriele Carli ed Enzo Illiano, con pittoreschi accenti partenopei, commentano i fatti enunciati da Giulia Gallo, mentre Giovanni Guerrieri che fa un po' Eschilo, un po' il narratore, un po' interlocutore delle coloratissime prefiche che investono la vicenda con la loro inarrestabile parlantina. Il finale cambia di tono. L'ultimo atto della tragedia, il duello tra i due fratelli acquista una ieraticità lenta, composta: non più battute, ma un racconto teso, essenziale. I due guerrieri si affrontano e si accasciano dietro due grandi scudi variopinti, lasciando spazio alla commozione. Un'ora di ottimo teatro, anche se i Dialoghi degli Dei rimane uno spettacolo insuperabile.

Fauso Malcovati, Hystrio, 4/2021


Si ride subito, prima in sordina, poi in crescendo, non tanto per il liberatorio effetto della dissacrazione, bensì per la ritmica feroce e ticchettante del dettato, da sempre patrimonio espressivo della brigata. Nondimeno, questo lavoro sembra, più dei Dialoghi, centrato, summa a tratti delle soluzioni di cui la compagnia s’è dotata negli anni, senza cedere a indulgenti auto-citazioni, confermando come la ricerca sia sempre concentrata sull’efficacia scenica, la pregnanza teatrale. L’assalto alla città della tragedia diventa ridicolosa descrizione a due voci (eccezionale Carli, che rievoca certe ciarliere signore toscane, quando ammirato descrive i campioni tebani), in cui la ripetitività della situazione di sette assaltatori e sette difensori potrebbe forse trovare ancor più consistenza nella coazione-a-ripetere (stilema comico mai superato), là dove il rischio è la coazione-e-basta. Non meno interessante è il complesso gioco di segni proposto che, pur in un allestimento scarno d’arredi tra pupazzetti, soluzioni gestuali ad ampliare lo spazio e spericolate messe in crisi del piano finzionale, si dipana nel continuo fuori-dentro sia rispetto alla storia sia nei confronti della storia tout-court. In ultimo, la sferzata al cuore: esaurita la pugna, Gallo intona, struggente, Don’t Kill my Baby and My Son...
Igor Vazzaz, Lo sguardo d'Arlecchino, 22 settembre 2021


... ha senso una tragedia oggi? Come dobbiamo accostarci a lei, per vivificarla? Probabilmente erano le stesse domande che Eschilo si poneva: la necessità e l’inutilità della guerra dovevano estendersi dal mito all’oggi, e I Sacchi di Sabbia continuano semplicemente e genialmente questo processo, con le due coreute che identificano i vari eroi sulle sette porte come se li vedessero sporgendosi dall’alto delle mura (come Elena nell’Iliade, appunto, nel celebre episodio della teichoscopia) e li presentano con pettegolezzi da comare, come se li conoscessero da sempre. E i terribili guerrieri sono piccoli pupazzi, lo scontro è un attimo e un pupazzo cade, e la guerra in fondo è questo, monotona, scontata, crudele e inutile. [...] La tragedia ritorna, affidata alla voce della Gallo, che canta una ballata di Woody Guthrie, Don’t kill the baby & the son, che commemora un terribile atto di razzismo avvenuto nel 1911 in Oklahoma, il linciaggio di una madre e di un figlio quattordicenne. [...] Così, con questo balzo senza rete nel tempo, la catarsi provocata da una ineffabile ‘tragedia comica’ ha senso, il cerchio si chiude, e l’attualità profonda di una simile operazione si afferma con indiscutibile forza.

Susanna Pietrosanti, Gufetto.press, 26/10/2021