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IL PRETE E L'INQUISITORE IN CERCA DI DIO
Titolo impegnativo e difficile
Il silenzio di Dio, in cui l'intelligenza
creativa di un team di teatranti rigorosi - Andrea Nanni a curare gli adattamenti,
Giovanni Guerrieri alla regia e Silvio Castiglioni prezioso interprete -
mette a confronto l'incantevole modestia del capolavoro di Silvio D'Arzo
e la protervia del Grande Inquisitore dostojevskiano.
Casa d'altri funziona
benissimo anche nella riduzione ricreando attraverso le parole mormorate
dall'anziano parroco di campagna preso da un timido affetto per la strana
vecchia solitaria che lo cerca e si nasconde, ansiosa di chiedergli l'impossibile
autorizzazione di sottrarsi a un comandamento: racconto detto dall'interprete
arrampicato su un sedile circondato da microfoni, su un povero sfondo liscio
alla Giacometti in contrasto coi rossi e le monocromie alla Bacon usati per
Domani ti farò bruciare, titolo imposto al monologo accusatorio del vecchissimo
Inquisitore ispanico contro un ipotetico Gesù redivivo o Anticristo demoniaco,
ideato da Ivan nel romanzo e già più volte messo in scena da qualche maestro,
di cui si ammira la scrittura anche se, per le inevitabili semplificazioni,
riesce più discutibile il riferimento al dio silente.
Franco Quadri - La Repubblica, 4 maggio 2009
CASTIGLIONI SA TOCCARE MENTE E CUORE
Due monologhi per raccontare con raffinata capacità evocativa il difficile
rapporto tra l'uomo e Dio, tra l'uomo e l'autorità religiosa,
tra l'uomo e se stesso, attanagliato dal misero e grandioso mistero
della sua esistenza. Così nell'inquietante
Silenzio di Dio
Silvio Castiglioni fa vivere, con la drammaturgia di Andrea Nanni e
la regia di Giovanni Guerrieri, tormenti e passioni di anime scosse e
che non riescono a trovare la risposta di Dio ai loro tormenti, ai loro dubbi.
Alla lunga figura di Giacometti del prete di
Casa d'altri di
Silvio D'Arzo, segue il manager dalle tinte e dai contorcimenti alla Bacon
in
Domani ti farò bruciare tratto da
I fratelli Karamazov
di Dostoevskij. All'ingenuità dolente e dura della vecchia che vuole
finire prima la fatica della sua vita e ne parla con l'impotente
sussurrante parroco, si contrappone la freddezza del ragionamento
dell'Inquisitore-Anticristo-manager, che rimprovera a Cristo di aver messo
l'uomo di fronte alla libertà di scelta e al dubbio, doni impossibili
da sopportare per esseri deboli. Qui Castiglioni è bravissimo nel far trapelare
l'analisi della nascita dei regimi totalitari, la mediocrità dell'uomo
pronto a farsi irretire da chiunque lo liberi dall'angoscia della scelta e
la formula per dominarlo: miracolo, mistero, autorità.
Magda Poli - Corriere della Sera, 5 maggio 2009
IL SILENZIO DI DIO È UN FIUME DI PAROLE CHE INCANTANO
Ottima prova di Castiglioni al CRT. La scena si apre su un gigantesco prete, alto tre metri, circondato
da microfoni, che racconta il silenzio. Perchè proprio
Il silenzio di Dio
quello che risuona nei due atti unici progettati e interpretati da Silvio
Castiglioni, per la regia di Giovanni Guerrieri.
Nella prima parte, che vede Castiglioni impegnato nella doppia veste del
gigantesco prete e della vecchia che gli porrà quella domanda alla quale
non saprà dare risposta, un
radiodramma teatrale tratto dal racconto
Casa d'altri di un autore prezioso e tutto da riscoprire,
Silvio D'Arzo, pseudonimo di Ezio Comparoni (1920-1952). [...]
La seconda parte del
progetto è un'invettiva, il monologo del
grande inquisitore tratto da
I Fratelli Karamazov di Dostoevskij:
un
finale di partita tra l'accusatore e un Cristo consegnato, anche
in questo caso, al silenzio, a non dire nulla anche quando è accusato di
intralciare l'opera e il potere che la
sua Chiesa detiene sulle
anime dei fedeli. Un interrogatorio-confessione che vede Castiglioni, con
la voce a tatti stravolta dalle smorfie, e i movimenti sincopati, calarsi
nei panni di un demone che si fa incerto contorno rosso-fuoco nella proiezione
alle sue spalle.
Quello che impressiona e convince, al di là dei due bellissimi testi scelti,
è l'interpretazione, soprattutto vocale ma non solo, che Silvio Castiglioni
regala al pubblico del CRT. Da vedere e da ascoltare.
Luca Vido - Il Giorno, 5 maggio 2009
IL SILENZIO DI DIO
Un parroco impotente di fronte a una vecchia che gli confessa di voler suicidarsi
e un Inquisitore-Anticristo-manager che conosce la formula per dominare i fragili,
deboli uomini: miracolo, mistero, autorità. Questi i protagonisti di due intensi
monologhi di Silvio D'Arzo e Dostoevskij con la drammaturgia di Andrea Nanni
e la regia di Giovanni Guerrieri. Bravissimo Silvio Castiglioni che evoca con
raffinatezza il difficile rapporto tra l'uomo e Dio e l'uomo e se stesso.
Corriere della Sera, 7 maggio 2009
AL CRT "IL SILENZIO DI DIO" TRA DOSTOEVSKIJ E D'ARZO
Uno spettacolo ideato da Silvio Castiglioni, che ha coinvolto il drammaturgo
Andrea Nanni per i testi, Giovanni Guerrieri per la regia, oltre a Luca Berni
e Gianmaria Gamberini per i suoni: lo scrittore emiliano Silvio D'Arzo con
Casa d'altri, e Dostoevskij con un'invettiva da
I fratelli
Karamazov, sono le due fonti di ispirazione. Ne esce un lavoro teatrale di
grande coinvolgimento emotivo, in cui le parole, che appartengono, almeno in partenza,
alla narrativa, accolgono con la propria musicalità e, anche se sono quasi
semplicemente
dette, senza azione, permettono di sentire gli odori,
vedere i luoghi a cui si riferiscono. Ciò che lega entrambi i testi è
l'insicurezza dell'uomo e la sua ricerca, insoddisfatta, di una conferma
nell'aldilà . Ne
Il silenzio di Dio Castiglioni quasi si trasforma
in una linea nera: indossa una tunica pesante, ed è sorretto da una base che lo
rende altissimo. Interpreta un prete che, dall'alto della sua posizione,
cerca di trasmettere una sicurezza che non ha: una gestualità precisa, in cui
lo studio dei movimenti accompagna le parole in modo assolutamente significante
e significativo. La regola è una pressione che accompagna per tutta la vita:
ne
Il silenzio di Dio diventa la grande pietra che schiaccia
l'individuo. Seguire, obbedire ai comandamenti di Dio, per tutta la vita.
Nella seconda, tratta da
I fratelli Karamazov, appare quanto,
anche cercando di farne a meno, la vita di un uomo sia in fondo troppo legata
a una esistenza extraterrena, e quindi alla
regola. Due brani,
due monologhi, ma anche due quadri: evidente è, infatti, il richiamo a Giacometti
per quanto riguarda le parole di Silvio D'Arzo, e a Bacon per Dostoevskij.
Maddalena Miele, Il Giornale, 30 aprile 2009
CASTIGLIONI FRA DIO E I DEMONI
Diretto e interpretato tra i microfoni dal monologante Silvio Castiglioni al
Teatro dell'Arte, Il silenzio di Dio affianca due testi diversissimi come
il bellissimo Casa d'altri di Silvio D'Arzo, nuovo per le scene, nell'
adattamento di Andrea Nanni, e un classico teatrale come l'implacabile
tirata del Grande Inquisitore ripresa dai Fratelli Karamazov e intitolata per
l'occasione Domani ti farò bruciare. Ed ecco una cornice di specchi per
il parroco di paese tallonato per tre mesi tra le cascate di un torrente montano
da una fantasmatica vecchietta che lo cerca fingendo di sfuggirgli per chiedergli
un'esenzione dai precetti che lui non le potrà consentire nonostante un
ansioso affetto per la sua condizione disperata, e alla stessa stregua non sarà
concesso di incarnarsi al blaterante demone travestito che grida la sua ira
maledicente da Anticristo su un rosseggiante sfondo infernale.
Franco Quadri - TuttoMilano La Repubblica, 7 maggio 2009
QUESITI ALLA CHIESA AFONA
C'è un dipinto di Otto Dix con protagonista Sylvia von Harden. Anno 1926,
piena repubblica di Weimar, a due passi dal baratro. La giornalista è ritratta
coi connotati borghesi, vestito ricercato, bocchino, monocolo. Storta su una
sedia che pare un demone. È strano, ma quando il palcoscenico si apre e si
vede Castiglioni in
Domani ti farò bruciare è là che si corre
con l'immaginazione. C'è quell'inquietudine (il malsano), c'è la sensazione
che non tutto vada come deve andare. E un corpo vagamente snob che diviene veicolo
primario di significati e nevrosi. Così come la parola, pulitissima e svuotata
(solo nella forma) che a Dostoevskij si ispira. È da vedere il dittico Il silenzio
di Dio fosse solo per l'affiancare due testi tanto distanti che riescono
ad apparire come due momenti del medesimo pensiero. L'ex direttore di
Santarcangelo (ora fisso nella Lombardi-Tiezzi) affida i primi tre quarti
d'ora a
Casa d'altri, racconto del dimenticatissimo Silvio D'Arzo,
poi radiodramma e ora monologo polifonico intorno ai dubbi di una donna semplice
e decisa al suicidio. A risponderle un prete, altissimo, abbarbicato sopra un
trespolo, che parla al microfono come un banditore qualsiasi. Dialogo di sfumature,
con una Chiesa afona nonostante il flusso di parole (di raro impatto l'immagine
della tunica vuota). Ci si sviluppa sui non detti, sulle intuizioni. Sul silenzio,
appunto. Con un finale che non scioglie, semplicemente percuote. Pubblico e
protagonista. Non facile immergersi subito dopo nelle atmosfere di
Domani ti
farò bruciare, seconda pièce in programma (sempre con Andrea Nanni alla
Drammaturgia e Guerrieri alla regia), presentata con l'azzeccato sottotitolo
Invettiva da I fratelli Karamazov. Ovvero, la rilettura del celebre dialogo fra
l'inquisitore e il prigioniero, su uno splendido tappeto sonoro. In scena
l'uomo e la sua inadeguatezza al mondo, l'incapacità di vivere (figurarsi
di vivere liberi), la divinità che se prima non aveva risposte, ora ha dubbi.
Chi l'aguzzino e chi la vittima? Chi il Cristo e chi un demone col sangue
alle orecchie per il desiderio di incarnarsi? Si esce un poco scossi. E non
succede spesso.
Diego Vincenti - Epolis Milano, 28 aprile 2009
IL SILENZIO DI DIO
Bella prova d'attore di Silvio Castiglioni, che ha felicemente accostato un
racconto di Silvio D'Arzo ai Fratelli Karamazov di Dostoevskij. Efficace
l'allestimento minimale, con la drammaturgia di Andrea Nanni e la regia di
Giovanni Guerrieri. Profonda l'indagine esistenziale. Da cosa dipende il
silenzio di Dio, la mancanza di un suo intervento a fugare i dubbi di chi gli
si rivolge? Dall'assenza, dall'indifferenza di Dio stesso? Dal fatto che
le domande sono mal poste? O sono gli uomini che le pongono a non meritare
attenzione? [...]
È questo spessore per così dire spirituale - ma forse il termine è
improprio, limitante - a dare soprattutto senso allo spettacolo che Silvio
Castiglioni ha ideato, col sostegno drammaturgico di Andrea Nanni e la regia di
Giovanni Guerrieri del gruppo toscano Sacchi di Sabbia. Dai vari testi cui poteva
ricorrere per tracciare un percorso all'interno di questi problemi, ne ha
scelti due che trattano la questione da punti di vista in qualche modo opposti:
Casa d'altri, un radiodramma tratto dall'omonimo racconto di Silvio
D'Arzo, e il monologo - già più volte allestito a teatro - del
Grande Inquisitore, dai
Fratelli Karamazov di Dostoevskij. [...]
Sono due testi sul vuoto della parola, che paradossalmente non possono che
esprimersi in una rigorosa trama verbale: Castiglioni li affronta infatti coi
soli strumenti della voce e della recitazione. Nel primo evoca la figura
spettrale di un prete smisuratamente alto, sospeso tra due microfoni, una sorta
di personaggio-installazione da cui esce alla fine in giacca per incarnare il
quesito della donna, che è quello di tutti noi. Nel secondo, stravaccato in una
poltroncina, trasforma la febbrile invettiva nello sfogo di un burocrate, un
sinistro impiegato della fede: i gesti sono rigidi, contorti, il tono è untuoso,
non privo di fosca ironia. Una bella prova d'attore, percorsa da una forte
tensione intellettuale.
Renato Palazzi - Delteatro, 30 aprile 2009
IL PRETE E LA LAVANDAIA SUICIDA
Per merito di Giovanni Guerrieri, regista, e di Silvio Castiglioni, ideatore e
interprete dello spettacolo, mi sono convertito a
Casa d' altri. Ritenevo che il
debito stilistico di Silvio D' Arzo nei confronti di Vittorini e Pavese fosse
ingente. Troppo vistoso. Non mi accorgevo di cosa si nascondesse sotto quella
voce presa in prestito. Non capivo che i prestiti possono fruttare e tramutarsi
in una nuova ricchezza. Quando nel 1954 Alessandro Blasetti trasse dal racconto
un episodio del film Tempi nostri, D' Arzo non c' era più. Nato nel 1920, era
morto a trentadue anni. Il prete aveva la faccia di Michel Simon, la lavandaia
era Sylvie. Nello spettacolo di Guerrieri/Castiglioni, una coppia che ritrovo
dopo Viaggio in Armenia di Mandel' stam, Castiglioni è l' uno e l' altra, dando
luogo, nello scambio delle loro voci, a uno degli esiti più alti del nostro
teatro di narrazione - per intelligenza e per intensità . [...] Per Giorgio Bassani, che pubblicò
il racconto nel 1952, il paesaggio di
Casa d' altri è d' una "solennità dolce
e spoglia, da fondo-oro. La sua prosa intensamente lirica, contesta di elementi
decasillabici, ha un ritmo unico". Ma non è una questione di paesaggio, per
quanto cruciale esso sia. Nè di prosa lirica, che era la mia pietra d' inciampo.
Castiglioni scarnifica ulteriormente questa prosa, la priva, appunto, del suo
lirismo e ne mostra, al di là degli accenti invece colloquiali, la durezza di
fondo, l' immedicabile ferita che essa apre in quel desolato paesaggio. È dietro
l' apparenza realistica che si vede quanto vi sia di allegorico, una allegoria
della natività (come irruzione della consapevolezza). Non è, quel giovane
pretino, un angelo che annuncia l' evento? Ma non è il prete che definisce se
stesso un Falstaff (D' Arzo era un accanito lettore di Shakespeare) il dio nascosto,
il dio che non risponde? Egli è la regola, la natura - è l' una che s' identifica
nell' altra. Il prete è ciò che sovrasta - di fronte a cui l' essere umano non
è che una povera lavandaia. In termini realistici, il prete avrebbe dovuto
capire quale male affliggeva Zelinda. In termini allegorici, egli è il rifiuto
di capire; poi dell' inadeguatezza; poi del voler capire a tutti i costi;
infine, solo perchè non capisce, della degradazione del mistero a segreto.
È così che dio si fa uomo. Questa attrazione di anime gemelle e opposte,
Castiglioni la rende visibile attestandosi in alto, dietro una interminabile
e nera tonaca; poi spogliandosene, scendendo a terra, da quaggiù rivelando
quanto misero e nobile sia il nostro mistero.
Cordelli Franco - Corriere della Sera, 30 marzo 2008