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tecnica
SULLO STUDIO "g"
“
E se Beckett e Ionesco sogghignano dietro le quinte, in platea si ride a denti
stretti di fronte a questo sberleffo inscenato sul bordo di un abisso in cui
non è difficile specchiarsi, consolati dal rigore e dalla freschezza
di un piccolo gioiello di intelligenza teatrale, in cui l’economia di
mezzi va di pari passo con la capacità di reinventare una dimensione
politica libera da tentazioni didascaliche”
Andrea Nanni, Hystrio, gennaio
2004
“
Dire con leggerezza la comune alienazione è forse il progetto ambizioso
di questo gruppo, mostrare squisitamente la goffaggine, tradurre i sogni di
aristocratica evasione in piattume democratico. [...] i pisani Sacchi di Sabbia
(Giovanni Guerrieri, Giulia Gallo, Enzo Illiano, Gabriele Carli, Andrea Lancioni)
divertono escludendo ogni volgarità, cercano il sorriso con-pensiero
e non la dimentica risata sbracata dei cretini dentro e fuori la scatoletta
della TV. Sanno cos’è la grazia ma sanno anche che si è circondati
dalla sgarbatezza, dalla malagrazia, dalla disgrazia, e che la liberazione – il
volo e il sogno – in una area danza di musical intimista ci è ormai
e per sempre negata.”
Goffredo Fofi, Lo Straniero, n° 49, luglio
2004
SULLO SPETTACOLO
“
Il mondo ritratto dai Sacchi di Sabbia si rivela un territorio di monadi separate,
di discorsi già stabiliti, di stralci di conversazioni quotidiane che
costeggiano la vacuità [...]. Il linguaggio ricalcato su cadenze ricorrenti
e frasi standard è scandito da una gestualità essenziale, dove
i mea culpa e gli sbuffi sincroni dei personaggi, così come le cadute
definiscono una disperata condizione umana in una terra desolata che si trasforma,
nei bui ricorrenti, in uno spazio post-atomico. [...]. Tutto è trattenuto
in una misura comica sottile e farneticante che miscela entrèe clownesche
e silenzi metafisici, gag e lamentazioni esasperatamente pietose.”
Piersandra
Di Matteo, Il quaderno del Festival, Corriere di Romagna, 3 luglio 2004.
“
Eppure da g sgorga una comicità irrefrenabile, una leggerezza del riso
che nasce soprattutto dalla catatonia dei corpi e dai dialoghi che si sovrappongono
continuamente. Tràgos ha un formato anomalo, contiene g con l’aggiunta
di una dichiarata comica finale che pare davvero un annerito specchio espressionista.
Lo spazio ridiventa comico, l’immaginario è quello dei film muti
e gli attori accelerano movimenti, accentuano le espressioni dei volti e dei
gesti. Il comico è dichiarato, esplicito, ma non si ride più.
[...]. Se in g è il riso e la leggerezza delle forme nonostante tutto
a salvarci dalla totale disperazione, nella seconda parte è lo spazio
comico ad assorbire in sé ogni possibile catarsi decretando infine la
non più evitabile catastrofe.”
Rodolfo Sacchettini, Il quaderno
del Festival, Corriere di Romagna, 5 luglio 2004.
“
Mentre sullo schermo del televisore volteggiano Ginger Rogers e Fred Astaire,
educatamente seduti sul divano due sosia vestiti con la loro stessa eleganza
(Giovanni Guerrieri e Giulia Gallo) li osservano mangiando distrattamente e
rumorosamente le patatine che estraggono e masticano dai rispettivi sacchetti.
Finché non entra in scena accanto a loro un’altra strana coppia,
ugualmente muta ma legata in un costante dialogo di azioni e reazioni: un ragazzo
(Enzo Illiano) seguito da un santo in tunica e regolamentare aureola, con tanto
di piedistallo con cassetta per le offerte (Gabriele Carli). La prima coppia
si misura beffardamente con l’estetica, contrapponendo la leggerezza
della danza sul piccolo schermo all’immobile ottusità dei due
spettatori-attori che li osservano. La seconda mette in scena un teatrino grottesco
di miracoli evocati e rifiutati, richiesti e negati, di dispetti e ripicche.”
Oliviero Ponte di Pino, ateatro n°71, 15.7.2004