foto dei Sacchi di Sabbia
turma infantium suite
I Sacchi di Sabbia
presentazione | rassegna stampa |


“Una fila di morti in una visione germinata nel grembo dei secoli. Se non è uno dei tratti essenziali de “La Crociata dei Bambini” della Compagnia Sacchi di Sabbia, certamente questa è la prima immagine che si offre agli spettatori, rigorosamente dodici - come gli Apostoli? – e allineati di fronte agli specchi sorretti da parte degli attori. Riflesso in questa serie di specchi, il resto della compagnia, alle spalle del pubblico, racconta la storia dei bambini. Un singolare capitolo della storia medievale europea: migliaia di fanciulli, presi da un fervore divino e guidati dal piccolo visionario Stefano, si misero in marcia verso la Terra Santa, attendendosi invano miracoli e assistenza divina. [...] Le luci oblique cadono sui volti dei teatranti, dando loro l’aspetto di teschi, dalle orbite cave ed inespressive. Come nel legame tra specchio e teatro - dagli attributi di Dioniso, ispiratore della Tragedia - o fra specchio e visione - secondo i rituali negromantici - è forte il tabù che lega lo spettatore alla sedia e al ruolo di testimone inquieto e vincolato: abbiamo la tentazione di voltarci, perseguire meglio i narratori, o le ombre dei piccoli crociati e delle navi che scorrono fra i riflessi. Ma non osiamo farlo. Temendo una maledizione seguitiamo a spiare questo coro di fantasmi che ritma, geme, sussurra, prega, parla una lingua morta. Un teatro dei misteri che conserva ancora senso e forza, eterno ritorno del mito della caverna.”

Furio “Electriceye” Detti, Quaderno del Festival Inequilibrio, luglio 2005


“La Crociata dei bambini” è una storia, una storia vera, ma contemporaneamente, nello spettacolo dei Sacchi di Sabbia, si trasforma in un accompagnamento vocale, in una cornice sonora che racchiude un quadro di voci e immagini. Siamo nel 1212 in Francia. [...] Stefano inizia il suo viaggio. Il bambino si dice un profeta: in una visione ha visto Cristo e ha avuto da lui il compito di liberare il Santo Sepolcro dagli Infedeli. I bambini accorrono da ogni luogo per seguirlo. Una colonna avanza sicura, bianca, senza armi. [...] Molte città rimarranno senza bambini, ma molti spettri infantili continueranno a lungo a riflettere l’immagine di chi si specchierà nell’acqua. Ed è proprio uno specchio che introduce nel quadro, che rende in modo polifonico una narrazione continua. Davanti hai il narratore con la sua storia, dietro le voci di tutti coloro che la storia l’hanno vissuta. Goliardi, bambini, un papa vecchio, un lebbroso: in un fluire incessante di bisbigli incomprensibili si alzano delle voci, forti e incoerenti come flussi di pensiero. C’è chi ha visto la colonna, chi ne ha sentito parlare, chi crede nelle visioni del bambino, chi teme il suo avvicinarsi. E tra la storia e le voci avanzano le immagini, sempre riflesse nello specchio, a mediare i due livelli, a incrociarli, a renderli coerenti. Quello che conta è l’accumularsi dei pensieri, dei punti di vista, delle immagini evocate e subito lasciate cadere. [...] In realtà la storia sulla quale si basa l’intero lavoro non sembra un pretesto, ma, al contrario, ricorda l’anello più largo di un albero spezzato, che avvolge e completa quelli più interni. “La Crociata dei bambini” dei Sacchi di Sabbia, tratta dal testo omonimo di Marcel Schwob, affianca quindi a una storia narrata con semplicità, che risulterebbe affascinante anche per dei bambini, uno sfondo di suoni e voci, discordi e molteplici, che rievocano l’evento storico in chiave onirica rendendolo suggestivo, affascinante, drammatico, toccante. Il tutto in una piccola sala buia dove dominano i suoni, immagini nere e le voci, riflesse nello specchio, che si alzano a descrivere ciascuna la propria visione del fatto.”

Roberta Giaconi, Quaderno del Festival Inequilibrio, luglio 2005


“In tempi in cui il dibattito sulla fede, la diversità religiosa e l'intolleranza sono all'ordine del giorno, apre il cuore vedere come uno spettacolo che si consuma in una manciata di minuti nella poesia dell'oscurità sia capace di rievocare un episodio storico avvenuto agli inizi del 1200 con tanta intensità. Una piccola azione che utilizza una serie di espedienti teatrali per coinvolgere lo spettatore avvolgendolo in un'atmosfera rarefatta, cullandolo dolcemente con la musicalità di tante voci che si fondono insieme. [...] Gli attori che emergono dall'oscurità, ponendosi davanti al pubblico, narrano con voce suadente, quasi confidenziale, i tragici eventi storici, creando così un rapporto di intimità con lo spettatore che culmina quasi in un sussurro. [...] Ma è lo specchio, simbolo onirico per eccellenza capace di di svelare una dimensione altra, che ci mostra come il vero palcoscenico si trovi, in realtà, alle spalle dello spettatore, anch'esso immerso nell'ombra, dove altri quattro attori, che si alternano a seconda della rappresentazione, mettono in scena il dramma utilizzando un processo di sottrazione. Non più movimento, non più costumi, infatti gli abiti sono neri come il resto della stanza, non più gestualità, ridotto al minimo l'uso delle espressioni facciali. Ecco che allora lo strumento privilegiato diviene ancora una volta la voce, il suono, la parola che diventa musica, ritmo, percussione che colpisce lo spettatore a ondate alterne, crescendo o calando come la marea.”

Valentina D'Amico, Quaderno del Festival Inequilibrio, luglio 2005


“Non è giorno da teatro, oggi. Non è giorno da spettacoli. Si dovrebbe pensare a cosa è successo. Guardare immagini e sentire parole. Ascoltare bene cosa è successo e capire cosa si deve fare. Faccio parte senza sensi di colpa e senza imbarazzi di chi non si fa toccare da queste cose. Ma ho il cervello al buio. Il buio di chi ancora non capisce, non riesce a capire se e perché c’è una parte da tenere, da scegliere e da difendere. Il buio di chi ha amici e conoscenti da qualche parte di questo mondo ferito dal bubbone della violenza. Il buio di chi non capisce perché a Bujumbura e a Tel Aviv sia diverso che a Londra o a Madrid, ma anche il buio di chi vede la propria faccia e i propri vestiti insanguinati alla televisione e allora sì che è diverso. Ce ne sono a decine di attentati ogni giorno in questo nostro piccolo mondo. Tutti al buio. Tutti sommersi e ignorati. Ogni tanto capita che qualcuno di questi avvenga in un pezzettino di mondo più illuminato, sotto i riflettori ed allora è diverso. Stasera sono io che ho bisogno di buio. Stasera ho bisogno di allargare le pupille per vedere meglio, per cogliere anche il più piccolo briciolo di luce, insperato, che il circostante mi dona. Giochi del destino fanno sì che mi ritrovi immerso nel buio di una sala, nel buio di una storia di ottocento anni fa, nel buio di una attesa che si fa visione, nel buio che si fa ricerca di luce. Nel buio delle parole sussurrate degli sguardi fugaci e delle immagini solo intuite. Il buio di una sala è il buio del mio pensare di stasera, il buio di chi non capisce perché non ha parte dove stare, il buio di chi vede passare davanti ai suoi occhi una moltitudine di bambini che vanno alla ricerca di altro in un altrove non definito, il buio di chi cerca qualcosa che altri non vedono. È storia di crociate, è storia confusa, non compresa, di racconti tramandati e leggende che si rincorrono, quella che viene raccontata alla mia faccia riflessa nell’oscurità di uno specchio dalla voce flebile di un compagno di strada vestito di nero. Che sia un compagno di strada? Chi è? Nel buio ci si deve fidare, nel buio si deve dare ascolto a chi ci sta vicino, e sa cosa dire. Nel buio si deve seguire chi ne fa vedere di saperne di più. E allora ti lasci guidare da chi ti sta davanti, dal pifferaio che ti guida verso posti ignoti, verso la lotta al diverso, verso la conquista di Gerusalemme. Nel buio ci sono altre voci nel buio, altre sirene che ti stanno a raccontare, a tirare da una parte e dall’altra. Vecchi e giovani, passanti e partecipanti. Ma si può non essere partecipanti di questo esodo di popolo bambino che segue i propri sogni e le proprie speranze? Nel mio buio di oggi mi sento, sento il mio popolo, il popolo di questo mio piccolissimo pianeta, come uno di quei bambini che segue un piffero senza pifferaio. E noi come popolo bambino siamo ancora lì. E tutti, tutti siamo ancora lì, davanti al mare di Genova ad aspettare di ripartire…in quindici minuti il buio non può farsi luce, forse non sarebbe neanche giusto, ma quindici minuti bastano per vedere la propria storia, la stessa da millenni, raccontata.”

Andrea Chesi, Quaderno del Festival Inequilibrio, luglio 2005


“Il rapporto fra gli spettatori e gli attori è uno dei perni su cui si fonda la comunicazione dello spettacolo. Giovanni Guerrieri e Giulia Gallo hanno costruito la posizione dello spettatore con un dispositivo di visione e di coinvolgimento semplice ma di grande efficacia, giocando sulla dialettica fra prossimità e distanza. I dodici spettatori entrano al buio e in silenzio, si accomodano sulle sedie. [...] Le luci illuminano progressivamente quattro figure su una pedana immobili come il gruppo scultoreo di un bassorilievo: sono i testimoni, che il pubblico vede solo riflessi in uno specchio, come se fossero gli spettri emersi da quelle acque marine in cui i Genovesi temevano di veder apparire i bambini annegati. Questa volta le voci degli attori compongono una polifonia ricca di contrasti fra toni alti e bassi, fra ritmi distesi e accelerati, fra soli e momenti corali. [...] Quando sulle parole finali dei narratori gli specchi vengono riabbassati e le luci si spengono, gli spettatori restano come ipnotizzati, ancora immersi nell’universo di suoni e visioni che è stato loro costruito intorno utilizzando pochi materiali essenziali – la voce, il corpo, la luce, gli specchi, le silhouette.
L’operazione dei Sacchi di Sabbia è un’esperienza disorientante e coinvolgente, sia per gli spettatori che per gli apprendisti attori coinvolti nel progetto. Come lo spazio intimo della sala del camino del Castello Pasquini si è rivelato suggestivo proprio rispetto a quel Medioevo evocato dallo spettacolo, così altri luoghi raccolti e carichi di passato sarebbero particolarmente indicati ad accogliere questo lavoro. Speriamo che riesca ad essere presentato ancora, nonostante l’anomalia del formato e del gruppo attoriale, innanzitutto nell’affascinante cornice della chiesa sconsacrata di Sant’Andrea a Pisa, sede della compagnia.”

Erica Magris, ateatro n°86, luglio 2005



“Uno spettacolo frutto di un laboratorio con giovani attori diretti da Giulia Gallo, Giovanni Guerrieri e Vincenzo Illiano con la fondamentale collaborazione del musicista Bruce Borrini che ha addestrato al canto i ragazzi. Questo teatro ha infatti una salmodia, una sorta di bordone gregoriano quale sottofondo sonoro proveniente dalle spalle dei pochi (dodici) spettatori ammessi alla visione. Davanti a loro i giovani attori quasi sussurrando all'orecchio di ognuno e con uno specchio alzato per permettere l'apparizione mistica dei giovani cantori dalle voci bianche come i bimbi dell'antica crociata, raccontano la storia vista dai loro sguardi innocenti, la sicurezza che il mare si sarebbe aperto al loro passaggio e l'inevitabile strage finale. Va da sé che lo spettacolo visto in piccoli spazi, meglio se liturgici, chiese, sacrestie o stanze di castelli acquista una sua dimensione ideale ("portatile" e "intimista") e un carattere inquietante (come non potrebbe esserlo dato l'argomento) ma a tratti anche comico (come potrebbe essere altrimenti dato che la regia è dei Sacchi di Sabbia?). Nella ex chiesa di Sant’Andrea di Pisa, nella sala dei matrimoni del Castello Pasquini a Castiglioncello in occasione di Inequilibrio Festival la location era perfetta e il pubblico davvero coinvolto. Non ci sono personaggi o testimoni perché come ci spiega Giovanni Guerrieri "..il personaggio è puro suono e si ha la sensazione di ascoltare un canto, un concerto, un frammento della melodia interna del testo". Nonostante ci manchino un po' le gag del gruppo, le slapstick mute dell'Orfeo e di Tràgos che precipitavano un attimo dopo nella tragedia assoluta, le discese nella napoletaneità verace nel Macbeth-Totò o nel Pinocchio-Marmocchio, questo spettacolo ha una sua straordinaria forza nel farci trattenere come ricordo scomodo, quel suono insopportabile della tragedia che ha l'acuto di un bambino che va alla guerra.”

Anna Maria Monteverdi, Hystrio n° 4, anno 2005,


“... operina da camera in cui il nucleo storico del gruppo si toglie di scena accantonando radicalmente il lavoro sul comico che finora ha improntato il percorso del gruppo, si intesse una partitura vocale in cui il testo di Marcel Schwob, viene penetrato “senza spiegarlo, senza cioè toglierne la piega”, alla ricerca del suono che custodisce e del ritmo che lo percorre. Le parole galleggiano così in una camera oscura in cui la narrazione viene elusa attraverso una disseminazione sonora che pervade uno spazio onirico e immateriale. Il testo letterario non è più – come era stato per la felice trilogia tragico-familiare scandita da Orfeo, g, Tràgos - una semplice sollecitazione tra le altre, ma un elemento centrale per la definizione di una pratica scenica che rimette in questione le consuete modalità di percezione. Non a caso i dodici spettatori ammessi a questa sommessa (e dolente) celebrazione funebre dell’infanzia – tema ricorrente anche nella già citata trilogia, qui ammantato di trasognati toni epici – si trovano a scrutare tra le pagine di un libro che ben presto si rivela uno specchio in cui appaiono sagome e volti dai contorni incerti sospesi nel vuoto. E a guidare lo sguardo, ormai completamente introflesso, sono più che mai le stimolazioni sonore, tanto che alla fine, pur se immersi nel buio, si è sopraffatti dal biancore (di innocenza e di morte) della turba infantile. In quel biancore solo immaginato, l’antica interdizione della tragedia greca, a lasciare fuori scena “alcune cose che potremmo voler vedere” (come scrive J.M. Coetzee a proposito del problema del male in Elizabeth Costello), rivela tutta la sua potenza e necessità, mentre nella musica delle parole risuona ancora l’eco di una lontana risata.

Andrea Nanni, Hystrio, n° 2, anno 2006.