Il silenzio di Dio

2009

prima parte
Casa d’altri – radiodramma teatrale dal racconto di Silvio D’Arzo

seconda parte
Domani ti farò bruciare – invettiva da I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij

progetto e interpretazione Silvio Castiglioni
drammaturgia Andrea Nanni
suoni Casa d’Altri Luca Berni, Gianmaria Gamberini
sound design Domani ti farò bruciare Gianmaria Gamberini
disegno luci Luca Brolli
regia Giovanni Guerrieri
produzione Celesterosa, I Sacchi di Sabbia
con il sostegno di Crucifixus Festival, Comune di Cattolica,
Provincia di Rimini, Armunia, Regione Toscana

Uno stesso silenzio – il silenzio di Dio – risuona sia in Casa d’altri (tratto dal racconto di Silvio D’Arzo) sia in Domani ti farò bruciare (ispirato a I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij). Alla sommessa domanda di una vecchia che vorrebbe togliersi la vita, fa eco la furente requisitoria di un demone che vorrebbe incarnarsi. In entrambi i casi non c’è risposta, poco importa che la resa alla morte lasci il posto alla tentazione di vivere. Nel silenzio che accompagna queste figure tragiche, entrambe prive di un posto sulla terra, risuona il sibilo di una lama che separa vita e morte, umano e divino. Una lama che ci gira intorno come un satellite dall’orbita cieca, incurante del vuoto di senso che non riusciamo a colmare. E se dietro le maschere vocali di Casa d’altri non ci sono che specchi, in Domani ti farò bruciare tutto avviene oltre lo specchio, dove le forme perdono i loro contorni per bruciare in un fuoco incessante.


RASSEGNA

IL PRETE E L’INQUISITORE IN CERCA DI DIO
Titolo impegnativo e difficile Il silenzio di Dio, in cui l’intelligenza creativa di un team di teatranti rigorosi – Andrea Nanni a curare gli adattamenti, Giovanni Guerrieri alla regia e Silvio Castiglioni prezioso interprete – mette a confronto l’incantevole modestia del capolavoro di Silvio D’Arzo e la protervia del Grande Inquisitore dostojevskiano. Casa d’altri funziona benissimo anche nella riduzione ricreando attraverso le parole mormorate dall’anziano parroco di campagna preso da un timido affetto per la strana vecchia solitaria che lo cerca e si nasconde, ansiosa di chiedergli l’impossibile autorizzazione di sottrarsi a un comandamento: racconto detto dall’interprete arrampicato su un sedile circondato da microfoni, su un povero sfondo liscio alla Giacometti in contrasto coi rossi e le monocromie alla Bacon usati per Domani ti farò bruciare, titolo imposto al monologo accusatorio del vecchissimo Inquisitore ispanico contro un ipotetico Gesù redivivo o Anticristo demoniaco, ideato da Ivan nel romanzo e già  più volte messo in scena da qualche maestro, di cui si ammira la scrittura anche se, per le inevitabili semplificazioni, riesce più discutibile il riferimento al dio silente.
Franco Quadri – La Repubblica, 4 maggio 2009

CASTIGLIONI SA TOCCARE MENTE E CUORE
Due monologhi per raccontare con raffinata capacità  evocativa il difficile rapporto tra l’uomo e Dio, tra l’uomo e l’autorità  religiosa, tra l’uomo e se stesso, attanagliato dal misero e grandioso mistero della sua esistenza. Così nell’inquietante Silenzio di Dio Silvio Castiglioni fa vivere, con la drammaturgia di Andrea Nanni e la regia di Giovanni Guerrieri, tormenti e passioni di anime scosse e che non riescono a trovare la risposta di Dio ai loro tormenti, ai loro dubbi. Alla lunga figura di Giacometti del prete di Casa d’altri di Silvio D’Arzo, segue il manager dalle tinte e dai contorcimenti alla Bacon in Domani ti farò bruciare tratto da I fratelli Karamazov di Dostoevskij. All’ingenuità  dolente e dura della vecchia che vuole finire prima la fatica della sua vita e ne parla con l’impotente sussurrante parroco, si contrappone la freddezza del ragionamento dell’Inquisitore-Anticristo-manager, che rimprovera a Cristo di aver messo l’uomo di fronte alla libertà  di scelta e al dubbio, doni impossibili da sopportare per esseri deboli. Qui Castiglioni è bravissimo nel far trapelare l’analisi della nascita dei regimi totalitari, la mediocrità  dell’uomo pronto a farsi irretire da chiunque lo liberi dall’angoscia della scelta e la formula per dominarlo: miracolo, mistero, autorità.
Magda Poli – Corriere della Sera, 5 maggio 2009

IL SILENZIO DI DIO È UN FIUME DI PAROLE CHE INCANTANO
Ottima prova di Castiglioni al CRT. La scena si apre su un gigantesco prete, alto tre metri, circondato da microfoni, che racconta il silenzio. Perchè proprio Il silenzio di Dio quello che risuona nei due atti unici progettati e interpretati da Silvio Castiglioni, per la regia di Giovanni Guerrieri. Nella prima parte, che vede Castiglioni impegnato nella doppia veste del gigantesco prete e della vecchia che gli porrà  quella domanda alla quale non saprà  dare risposta, un radiodramma teatrale tratto dal racconto Casa d’altri di un autore prezioso e tutto da riscoprire, Silvio D’Arzo, pseudonimo di Ezio Comparoni (1920-1952). […] La seconda parte del progetto è un’invettiva, il monologo del grande inquisitore tratto da I Fratelli Karamazov di Dostoevskij: un finale di partita tra l’accusatore e un Cristo consegnato, anche in questo caso, al silenzio, a non dire nulla anche quando è accusato di intralciare l’opera e il potere che la sua Chiesa detiene sulle anime dei fedeli. Un interrogatorio-confessione che vede Castiglioni, con la voce a tatti stravolta dalle smorfie, e i movimenti sincopati, calarsi nei panni di un demone che si fa incerto contorno rosso-fuoco nella proiezione alle sue spalle. Quello che impressiona e convince, al di là  dei due bellissimi testi scelti, è l’interpretazione, soprattutto vocale ma non solo, che Silvio Castiglioni regala al pubblico del CRT. Da vedere e da ascoltare.
Luca Vido – Il Giorno, 5 maggio 2009

IL SILENZIO DI DIO
Un parroco impotente di fronte a una vecchia che gli confessa di voler suicidarsi e un Inquisitore-Anticristo-manager che conosce la formula per dominare i fragili, deboli uomini: miracolo, mistero, autorità. Questi i protagonisti di due intensi monologhi di Silvio D’Arzo e Dostoevskij con la drammaturgia di Andrea Nanni e la regia di Giovanni Guerrieri. Bravissimo Silvio Castiglioni che evoca con raffinatezza il difficile rapporto tra l’uomo e Dio e l’uomo e se stesso.
Corriere della Sera, 7 maggio 2009

AL CRT “IL SILENZIO DI DIO” TRA DOSTOEVSKIJ E D’ARZO
Uno spettacolo ideato da Silvio Castiglioni, che ha coinvolto il drammaturgo Andrea Nanni per i testi, Giovanni Guerrieri per la regia, oltre a Luca Berni e Gianmaria Gamberini per i suoni: lo scrittore emiliano Silvio D’Arzo con Casa d’altri, e Dostoevskij con un’invettiva da I fratelli Karamazov, sono le due fonti di ispirazione. Ne esce un lavoro teatrale di grande coinvolgimento emotivo, in cui le parole, che appartengono, almeno in partenza, alla narrativa, accolgono con la propria musicalità  e, anche se sono quasi semplicemente dette, senza azione, permettono di sentire gli odori, vedere i luoghi a cui si riferiscono. Ciò che lega entrambi i testi è l’insicurezza dell’uomo e la sua ricerca, insoddisfatta, di una conferma nell’aldilà . Ne Il silenzio di Dio Castiglioni quasi si trasforma in una linea nera: indossa una tunica pesante, ed è sorretto da una base che lo rende altissimo. Interpreta un prete che, dall’alto della sua posizione, cerca di trasmettere una sicurezza che non ha: una gestualità  precisa, in cui lo studio dei movimenti accompagna le parole in modo assolutamente significante e significativo. La regola è una pressione che accompagna per tutta la vita: ne Il silenzio di Dio diventa la grande pietra che schiaccia l’individuo. Seguire, obbedire ai comandamenti di Dio, per tutta la vita. Nella seconda, tratta da I fratelli Karamazov, appare quanto, anche cercando di farne a meno, la vita di un uomo sia in fondo troppo legata a una esistenza extraterrena, e quindi alla regola. Due brani, due monologhi, ma anche due quadri: evidente è, infatti, il richiamo a Giacometti per quanto riguarda le parole di Silvio D’Arzo, e a Bacon per Dostoevskij.
Maddalena Miele, Il Giornale, 30 aprile 2009

CASTIGLIONI FRA DIO E I DEMONI
Diretto e interpretato tra i microfoni dal monologante Silvio Castiglioni al Teatro dell’Arte, Il silenzio di Dio affianca due testi diversissimi come il bellissimo Casa d’altri di Silvio D’Arzo, nuovo per le scene, nell’ adattamento di Andrea Nanni, e un classico teatrale come l’implacabile tirata del Grande Inquisitore ripresa dai Fratelli Karamazov e intitolata per l’occasione Domani ti farò bruciare. Ed ecco una cornice di specchi per il parroco di paese tallonato per tre mesi tra le cascate di un torrente montano da una fantasmatica vecchietta che lo cerca fingendo di sfuggirgli per chiedergli un’esenzione dai precetti che lui non le potrà  consentire nonostante un ansioso affetto per la sua condizione disperata, e alla stessa stregua non sarà   concesso di incarnarsi al blaterante demone travestito che grida la sua ira maledicente da Anticristo su un rosseggiante sfondo infernale.
Franco Quadri – TuttoMilano La Repubblica, 7 maggio 2009

QUESITI ALLA CHIESA AFONA
C’è un dipinto di Otto Dix con protagonista Sylvia von Harden. Anno 1926, piena repubblica di Weimar, a due passi dal baratro. La giornalista è ritratta coi connotati borghesi, vestito ricercato, bocchino, monocolo. Storta su una sedia che pare un demone. È strano, ma quando il palcoscenico si apre e si vede Castiglioni in Domani ti farò bruciare è là che si corre con l’immaginazione. C’è quell’inquietudine (il malsano), c’è la sensazione che non tutto vada come deve andare. E un corpo vagamente snob che diviene veicolo primario di significati e nevrosi. Così come la parola, pulitissima e svuotata (solo nella forma) che a Dostoevskij si ispira. È da vedere il dittico Il silenzio di Dio fosse solo per l’affiancare due testi tanto distanti che riescono ad apparire come due momenti del medesimo pensiero. L’ex direttore di Santarcangelo (ora fisso nella Lombardi-Tiezzi) affida i primi tre quarti d’ora a Casa d’altri, racconto del dimenticatissimo Silvio D’Arzo, poi radiodramma e ora monologo polifonico intorno ai dubbi di una donna semplice e decisa al suicidio. A risponderle un prete, altissimo, abbarbicato sopra un trespolo, che parla al microfono come un banditore qualsiasi. Dialogo di sfumature, con una Chiesa afona nonostante il flusso di parole (di raro impatto l’immagine della tunica vuota). Ci si sviluppa sui non detti, sulle intuizioni. Sul silenzio, appunto. Con un finale che non scioglie, semplicemente percuote. Pubblico e protagonista. Non facile immergersi subito dopo nelle atmosfere di Domani ti farò bruciare, seconda pièce in programma (sempre con Andrea Nanni alla Drammaturgia e Guerrieri alla regia), presentata con l’azzeccato sottotitolo Invettiva da I fratelli Karamazov. Ovvero, la rilettura del celebre dialogo fra l’inquisitore e il prigioniero, su uno splendido tappeto sonoro. In scena l’uomo e la sua inadeguatezza al mondo, l’incapacità  di vivere (figurarsi di vivere liberi), la divinità  che se prima non aveva risposte, ora ha dubbi. Chi l’aguzzino e chi la vittima? Chi il Cristo e chi un demone col sangue alle orecchie per il desiderio di incarnarsi? Si esce un poco scossi. E non succede spesso.
Diego Vincenti – Epolis Milano, 28 aprile 2009

IL SILENZIO DI DIO
Bella prova d’attore di Silvio Castiglioni, che ha felicemente accostato un racconto di Silvio D’Arzo ai Fratelli Karamazov di Dostoevskij. Efficace l’allestimento minimale, con la drammaturgia di Andrea Nanni e la regia di Giovanni Guerrieri. Profonda l’indagine esistenziale. Da cosa dipende il silenzio di Dio, la mancanza di un suo intervento a fugare i dubbi di chi gli si rivolge? Dall’assenza, dall’indifferenza di Dio stesso? Dal fatto che le domande sono mal poste? O sono gli uomini che le pongono a non meritare attenzione? […] È questo spessore per così dire spirituale – ma forse il termine è improprio, limitante – a dare soprattutto senso allo spettacolo che Silvio Castiglioni ha ideato, col sostegno drammaturgico di Andrea Nanni e la regia di Giovanni Guerrieri del gruppo toscano Sacchi di Sabbia. Dai vari testi cui poteva ricorrere per tracciare un percorso all’interno di questi problemi, ne ha scelti due che trattano la questione da punti di vista in qualche modo opposti: Casa d’altri, un radiodramma tratto dall’omonimo racconto di Silvio D’Arzo, e il monologo – già  più volte allestito a teatro – del Grande Inquisitore, dai Fratelli Karamazov di Dostoevskij. […] Sono due testi sul vuoto della parola, che paradossalmente non possono che esprimersi in una rigorosa trama verbale: Castiglioni li affronta infatti coi soli strumenti della voce e della recitazione. Nel primo evoca la figura spettrale di un prete smisuratamente alto, sospeso tra due microfoni, una sorta di personaggio-installazione da cui esce alla fine in giacca per incarnare il quesito della donna, che è quello di tutti noi. Nel secondo, stravaccato in una poltroncina, trasforma la febbrile invettiva nello sfogo di un burocrate, un sinistro impiegato della fede: i gesti sono rigidi, contorti, il tono è untuoso, non privo di fosca ironia. Una bella prova d’attore, percorsa da una forte tensione intellettuale.
Renato Palazzi – Delteatro, 30 aprile 2009

IL PRETE E LA LAVANDAIA SUICIDA
Per merito di Giovanni Guerrieri, regista, e di Silvio Castiglioni, ideatore e interprete dello spettacolo, mi sono convertito a Casa d’ altri. Ritenevo che il debito stilistico di Silvio D’ Arzo nei confronti di Vittorini e Pavese fosse ingente. Troppo vistoso. Non mi accorgevo di cosa si nascondesse sotto quella voce presa in prestito. Non capivo che i prestiti possono fruttare e tramutarsi in una nuova ricchezza. Quando nel 1954 Alessandro Blasetti trasse dal racconto un episodio del film Tempi nostri, D’ Arzo non c’ era più. Nato nel 1920, era morto a trentadue anni. Il prete aveva la faccia di Michel Simon, la lavandaia era Sylvie. Nello spettacolo di Guerrieri/Castiglioni, una coppia che ritrovo dopo Viaggio in Armenia di Mandel’ stam, Castiglioni è l’ uno e l’ altra, dando luogo, nello scambio delle loro voci, a uno degli esiti più alti del nostro teatro di narrazione – per intelligenza e per intensità . […] Per Giorgio Bassani, che pubblicò il racconto nel 1952, il paesaggio di Casa d’ altri è d’ una “solennità  dolce e spoglia, da fondo-oro. La sua prosa intensamente lirica, contesta di elementi decasillabici, ha un ritmo unico”. Ma non è una questione di paesaggio, per quanto cruciale esso sia. Nè di prosa lirica, che era la mia pietra d’ inciampo. Castiglioni scarnifica ulteriormente questa prosa, la priva, appunto, del suo lirismo e ne mostra, al di là  degli accenti invece colloquiali, la durezza di fondo, l’ immedicabile ferita che essa apre in quel desolato paesaggio. È dietro l’ apparenza realistica che si vede quanto vi sia di allegorico, una allegoria della natività  (come irruzione della consapevolezza). Non è, quel giovane pretino, un angelo che annuncia l’ evento? Ma non è il prete che definisce se stesso un Falstaff (D’ Arzo era un accanito lettore di Shakespeare) il dio nascosto, il dio che non risponde? Egli è la regola, la natura – è l’ una che s’ identifica nell’ altra. Il prete è ciò che sovrasta – di fronte a cui l’ essere umano non è che una povera lavandaia. In termini realistici, il prete avrebbe dovuto capire quale male affliggeva Zelinda. In termini allegorici, egli è il rifiuto di capire; poi dell’ inadeguatezza; poi del voler capire a tutti i costi; infine, solo perchè non capisce, della degradazione del mistero a segreto. È così che dio si fa uomo. Questa attrazione di anime gemelle e opposte, Castiglioni la rende visibile attestandosi in alto, dietro una interminabile e nera tonaca; poi spogliandosene, scendendo a terra, da quaggiù rivelando quanto misero e nobile sia il nostro mistero.
Cordelli Franco – Corriere della Sera, 30 marzo 2008


REPLICHE

2009
20 luglio, Festival del Dramma Sacro, San Miniato (PI)
17 giugno, Teatri delle Mura, Padova
28 aprile-10 maggio, CRT-Teatro dell’Arte, Milano
17 aprile, Sala Snaporaz, Cattolica (RN)